Circolo Pasolini: Zucchi sbaglia, EXPO Milano 2015 non è certo la soluzione per Pavia

Dal blog Circolo Pasolini che in questo post ospita, oltre alle proprie, le opinioni del PdCI pavese e milanese.

SABATO, 19 GENNAIO 2008

"Expomilano 2015, piccole idee per grandi sciagure"

Nel novembre 2007 questo blog ha pubblicato un post sul progetto Expomilano 2015. Riceviamo oggi un intervento su questo argomento di qualcuni esponenti del PdCi che rispondono ad una lettera dall'onorevole Angelo Zucchi, deputato del Partito democratico ed ex assessore della Giunta comunale di Pavia, pubblicata in questi giorni da "La Provincia pavese": Cogliamo l'occasione per riproporre quel post con gli interventi di Luca Mercalli e del Comitato contro l'Expomilano.

Pubblichiamo due interventi relativi all'Expomilano 2015. Si tratta di un progetto mastodontico che si inserisce nella grandeur infrastrutturale da qualche anno perseguita a tutti i livelli delle amministrazioni locali insieme a grandi gruppi imprenditoriali. Sono progetti che seguono in realtà piccole idee ottuse e scomposte di sfruttamento e consumo dell'ambiente e del territorio. Noi preferiamo grandi idee e coraggiose che non consumino beni comuni e che sappiano ricollocare lo sviluppo nell'alveo della ragione e dell'umiltà. La proposta, presentata anche nel blog, che segue il pensiero di Serge Latouche circa la crescita lenta e lo sviluppo alla portata delle relazioni ambientali e del singolo individuo, trova un terreno fertile nei movimenti a difesa del territorio che anche nel pavese si sono di recente formati. Ricordiamo, per esempio, il movimento di cittadini contrario alla costruzione dell'autostrada Broni-Mortara, per la difesa di una trasformazione territoriale che non ponga al centro gli interessi speculativi. Gli interventi a tutela del territorio come bene comune si susseguiranno anche su questo blog, a partire, come abbiamo già fatto, dalla trasformazione delle aree urbane dismesse. Come si è visto e si vedrà, è un tipo di modificazione territoriale in stretta relazione con il destino che le amministrazioni di centrodestra e di centrosinistra hanno decretato per questo territorio: Pavia sarà solo il sud di Milano, spazio entro cui collocare i servizi logistici, con il coronamento dei centri commerciali. Vecchi e nuovi assi viari saranno al servizio di infrastrutture logistiche (interporti, piattaforme, magazzini, ecc.).
Il primo breve intervento è del metereologo Luca Mercalli, il quale da tempo sta seguendo ciò che accade nella nostra provincia. Mercalli cita un saggio importante di Jared Diamond, Collasso, edito da Einaudi nel 2005, che ha come sottotitolo "Come le società scelgono di vivere o di morire". Diamond è anche autore di un altro saggio, imperdibile, dal titolo "Armi, acciaio e malattie", breve storia delle società complesse e di come tramite pochi strumenti abbiano nel corso della storia distrutto società non dotate di strumenti quali la scrittura e le armi da fuoco. Il secondo intervento riguarda un documento diffuso dal fronte del "NO" all'Expo 2015 di Milano.


(Irene Campari)

Sostituire i muscoli al cervello

"Jared Diamond apre il suo saggio "Collasso" con la storia del popolo dell‚Isola di Pasqua che ingaggia una futile gara per la costruzione di enormi statue di pietra ˆ i Moai ˆ e intanto devasta le sue foreste fino all'ultimo albero, segnando la fine della sua stessa civiltà. Mi sembra che per Milano, già piena di problemi ambientali, pensare all'Expo 2015 sia un po' come ostinarsi a costruire statue sempre più grandi mentre l‚ultimo albero sta per cadere sotto le motoseghe. E' finita l‚epoca del gigantismo infrastrutturale permesso dal petrolio facile. Ora incombono scarsità energetica e di materie prime, crisi climatica, cementificazione del suolo agrario, eccessiva densità demografica su un territorio traboccante di infrastrutture. E' il momento dell'efficienza, ottenere il massimo con la minima dissipazione, riutilizzare le aree dimesse. E' ora di sostituire ai muscoli il cervello, affinché l'Expo, con le sue torri, i suoi cristalli, i suoi milioni di metri quadri di cemento, i suoi 124.000 posti letto, i suoi 160.000 visitatori al dì, inclusi 160.000 scarichi del cesso e 160.000 rifiuti, e soprattutto i suoi miliardi di euro che potrebbero essere impiegati per azioni più sagge, non diventi domani un moai su un'isola deserta".

Luca Mercalli


Le ragioni del NO
Expomilano 20015: una sciagura da evitare


A sentire le grancasse mediatiche, opinionisti e politici di ogni risma, sembrerebbe che i fessi siamo noi. Ma come? Siete contrari che Milano torni alla ribalta mondiale? Non volete l’Expo 2015 che farà tornare la nostra città e la Lombardia al centro del mondo?
E in effetti amministrazioni pubbliche, soggetti privati, istituzioni, ce la stanno mettendo tutta per guadagnarsi in maniera unanime, acritica e fideistica il consenso dei milanesi. Ma del resto in questa città ormai è facile, basta gettare un po’ di fumo negli occhi, “vendere” un po’ di luoghi comuni e di promesse mirabolanti per guadagnarsi il consenso….
Ma se proviamo a guardare meglio dentro la scatola Expo scopriremmo che non solo i milanesi, ma osiamo dire, tutti gli abitanti della ValPadana avrebbero di che preoccuparsi e buoni motivi per opporsi da subito al “mostro”.

La candidatura di Milano e il progetto presentato

La candidatura all’Expo 2015 e il progetto di massima presentato confermano tutta la povertà politica, urbanistica e prospettica di chi ci governa e amministra ai differenti livelli istituzionali e la miopia delle classi dirigenti e imprenditoriali.
Di fronte a un modello socio-economico che ha portato il nostro territorio al collasso (ricerche di disparati enti sovranazionali indicano la ValPadana tra le regioni più inquinate del globo) e a decenni di scelte amministrative basate su grandi opere, grandi eventi, ridisegno di Milano ad opera e beneficio del potere economico-finanziari e a discapito di tutti noi che viviamo, lavoriamo, respiriamo a Milano e in Lombardia.
Di fronte ad una crisi globale del modello economico che vede nel mercato e nello sfruttamento illimitato dei beni comuni (aria, acqua, suolo, sottosuolo) l’unica via; perché insostenibile socialmente, ambientalmente, per scarsità delle risorse primarie.
Di fronte all’evidenza che i grandi eventi costano tanto, durano poco e lasciano più “rovine” che vantaggi (soprattutto per il 99% di persone che non avranno alcun beneficio diretto dall’Expo 2015….) e memori dell’esempio attuale della Fiera di Rho-Pero: sottoutilizzata, ambientalmente devastante, fonte di precarietà e lavoro nero per molti e di speculazione per pochi….
Ecco la soluzione:……un nuovo grande evento… il più grande….e per la cui realizzazione servono tante belle grandi opere…..e tanto cemento….e tanti prefinanziamenti ai progetti… per la felicità di banche, costruttori, finanzieri, speculatori vari….e chissenefrega se milioni di mq di terreni agricoli saranno cementificati, se aumenterà l’inquinamento e la nocività del vivere a Milano e in Lombardia….qualche morto nei cantieri lo metteranno in conto, come per gli altri progetti che servono a rilanciare Milano, la Milano di pochi, esclusiva, modello Downtown di tanti film americani, dei tanti progetti in corso (Citylife, Santa Giulia, Portello, Garibaldi-Repubblica, etc); torri scintillanti e giardini pensili di lusso. Intanto le periferie muoiono socialmente, culturalmente; precari e pendolari (quando non entrambe le cose…) cercano di sopravvivere alla lotta quotidiana; i bambini nascono già ammalati di inquinamento e…..lasciamo a voi aggiungere.
Non abbiamo bisogno di grandi eventi e grandi opere ma ti tante risposte e soluzioni a piccoli e grandi bisogni e problemi quotidiani.
Non ci interessa una città esclusiva vogliamo una città per tutti a misura di bambino.
Non ci interessano superautostrade per correre più veloci verso la catastrofe ambientale….vorremmo lentamente muoverci ridendo dentro le nostre vite quotidiane…

L'imbroglio del tema

Per meglio incantare i serpenti la candidatura di Milano si esplicita con il titolo ambizioso “Nutrire il Pianeta – Energia per la vita”.

L’Expo 2015 dovrebbe essere secondo loro la vetrina dove da tutto il mondo rappresentare l’eccellenza in campo agro-alimentare, delle tecnologie e delle ricerche in quest’ambito, della buona alimentazione che fa bene all’organismo…..si quello (e nemmeno quello visto i cibi plastificati che ci vengono quotidianamente offerti e pubblicizzati) del 10% della popolazione mondiale che vive alla grande sulle spalle del rimanente 90% che spesso non solo mangia male, poco o per niente, ma nemmeno può bere acqua.
Nella proposta di candidatura di questo non si parla. Perché eventi come l’Expo sono funzionali e simboliche del modello economico vigente, la globalizzazione neoliberista. Non ci può essere spazio per la critica se non all’interno delle compatibilità con il mercato, il profitto, gli interessi delle corporations multinazionali.
E allora nessuna critica all’impiego nell’agricoltura di organismi geneticamente modificati, di sementi ibride; nessuna critica all’imposizione della monocoltura che impoverisce il suolo e affama i contadini; nessuna messa in discussione del modello agro-alimentare industriale vigente che devasta l’ambiente, deforesta, affama, inquina.

Il ricatto occupazionale

E’ un classico: ci vuole l’Expo 2015 perché crea posti di lavoro…65.000 secondo quanto sostengono i promotori della candidatura.
Peccato che la stragrande maggioranza saranno opportunità di lavoro e non posti:
- sarà precario, subappaltato, in nero il lavoro nei cantieri come prassi quotidiana impone; un trionfo per caporali e speculatori vari, una sciagura, una tragedia per i troppi che rimarranno vittime di infortuni (non vogliamo gufare nessuno ci limitiamo a proiettare ciò che è quotidianità nel settore edile e nella cantieristica);
- saranno a termine le occupazioni durante le rassegna visto che la stessa durerà solo sei mesi;
- saranno precari o in nero (come accade oggi in Fiera) tutte le occupazioni negli spazi espositivi che rimarranno dopo l’Expo.
Nel frattempo, come già accade, i suoli nella zona interessata salgono di valore, e chissà mai che qualche lungimirante imprenditore (o pseudo tale) non decida di svendere bottega e operai a qualche bella immobiliare e rifarsi l’attività dove costa meno….quanti posti di lavoro si perderanno così?

L'impatto sul territorio

Per quanto quello presentato sia un progetto di massima, è evidente l’impatto che l’Expo avrà sul territorio. Un territorio vasto che non si limita a Milano. Si perché parlare di Expo 2015 non vuol dire solo le strutture direttamente coinvolte nella rassegna.
L’Expo 2015 diventa occasione e fine ultimo per tutta una serie di interventi legati ad infrastrutture per la mobilità e la riconferma che il nostro destino è morire soffocati dai gas di scarico, o travolti dalle merci.
Perché di fatto con la giustificazione dell’Expo non si fa altro che completare la trasformazione di un territorio ampio che va dal Piemonte al Veneto, dalle Prealpi al Po, in un unico conglomerato dedito alla logistica e allo smistamento di merci, nonché alla loro commercializzazione in spazi sempre più grandi e diffusi. La ValPadana e i suoi circa 10.000.000 di abitanti trasformata in un grande centro intermodale per i trasporti, con autostrade che la solcano in ogni angolo a collegare centri commerciali, interporti, grandi infrastrutture; i nostri diritti alla salute, ad un territorio libero dal cemento, ad una mobilità sostenibile, a beni comuni fruibili, puliti, accessibili a tutti spariti diventiamo consumatori e solo come tali abbiamo voce in capitolo….e neanche troppa….

Ecco i numeri:

- 1.700.000 mq di superficie per realizzare il sito dell’Expo adiacente all’attuale Fiera di Rho-Pero
- 2.100.000 mq di superficie per possibili strutture di servizio e supporto all’Expo sull’area ex-Alfa Romeo di Arese
- opere ricettive per un fabbisogno stimato di 124.000 posti letto al giorno
- opere per la mobilità per far viaggiare i 160.000 visitatori al giorno previsti e le merci del caso, in particolare
1. realizzazione della terza pista a Malpensa e collegamento diretto Malpensa-Fiera
2. parcheggi presso il sito Expo e in corrispondenza di nuovi centri di interscambio
3. realizzazione stazione TAV tratta Lione-Torino-Milano presso la Fiera
4. realizzazione 4^ linea metropolitana da Linate al Giambellino
5. nuove tangenziali per Milano (la nuova Est più esterna, il completamento a Nord dell’anello)
6. realizzazione delle autostrade Pedemontana e BreBeMi
7. nuovo raccordo A4 Boffalora-Malpensa

- 1,6 miliardi di Euro di costi diretti per realizzare il sito dell’Expo (di cui 800 milioni di denaro pubblico)
- svariati miliardi di Euro (si suppone pubblici) per realizzare le altre opere suddette.

Insomma strade, strade, parcheggi, alberghi e TAV….e le risorse per la mobilità sostenibile? I soldi per il trasporto locale? Le piste ciclabili? I parametri di Kyoto?…..parole parole parole….

Tanti buoni motivi per dire NO all'Expo e subito

Perché il 2015 è lontano ma già nel 2008, se a Milano assegnano l’Expo 2015, partiranno le procedure e nel 2009 apriranno i cantieri.
Perché il lavoro da fare è enorme visto la sproporzione delle forze e dei mezzi in campo e la possibilità d’accesso ai media.
Perché per molte delle opere connesse e ritenute necessarie all’Expo, i lavori sono iniziati o iniziano a breve (non solo la Tav, ma anche la BreBeMi).
Perché è necessario costruire una rete diffusa a tutto il territorio interessato che colleghi la lotta locale all’Expo.
Perché vogliamo smontare le ragioni dell’Expo e i relativi progetti con una piattaforma rivendicativa e alternativa che parta dal territorio mettendo assieme le vertenze locali e divenire la linfa del movimento contro l’Expo.

Agosto 2007

www.noexpo.it
info@noexpo.it
noexpo@libero.it


Abbiamo letto, con molta sorpresa, quanto ha scritto l'onorevole Angelo Zucchi, esponente del Partito Democratico, in merito all'EXPO 2015 che potrebbe svolgersi a Milano. A noi pare che neppure l'illustre onorevole pavese abbia colto le grosse problematiche che dietro l'EXPO 2015 si celano e le grandi contraddizioni che tale evento aprirebbe su un territorio come la Provincia di Milano e non solo. Proveremo ad elencarle.

Milano è la città favorita ad ospitare l'EXPO 2015. La decisione sarà presa entro il marzo del 2008. Il sito scelto è adiacente alla Fiera tra i Comuni di Milano, Bollate, Rho e Pero. Sarà un affare enorme (altro che opportunità caro on. Zucchi!), un grande evento commerciale simbolo dell'economia globalizzata e del prevalere dei mercati sulla politica e la società. Alcuni dati, per capire le quantità in gioco, sono illuminanti: 4 miliardi di euro di investimenti (di cui 1,4 miliardi di euro pubblici), un milione e 700 mila metri quadrati di suolo provinciale consumati in nuove cementificazioni, 160.000 automobili giornaliere previste per centoottanta giorni; realizzazione della TAV, Pedemontana, Brebemi, 2 nuove tangenziali a Milano, Broni-Casale e Boffalora-Malpensa); terzo terminal a Malpensa; alberghi, parcheggi, poli logistici di servizio.
Una macroregione che va da Torino a Verona, già oggi tra le più inquinate e congestionate d'Italia, alterata in maniera irreversibile.
Sarà, caro on. Zucchi, un grande business per le speculazioni edilizie sulle aree, la costruzione e la gestione dell'evento: un affare per i soliti, noti, pochi furbetti (Fiera, immobiliari, multinazionali, imprese di costruzioni). Un guadagno sicuramente effimero, precario, magari in nero, per chi lavorerà. Un territorio sacrificato all'utopia di rilanciare il prestigio di Milano nel mondo con un grande evento, che finirà per essere fine a se stesso, non affrontando i problemi di chi vive, lavora, studia su un territorio così vasto, inquinato e sfruttato.
Non è infatti un caso che tutto questo stia avvenendo senza la minima consultazione dei territori interessati dall'evento, nell'unanimismo più totale delle istituzioni e nella disinformazione "scientifica" più completa nei confronti di chi pagherà per sempre le conseguenze di tutto questo. L'esempio più ridicolo e preoccupante ci è dato dal Sindaco di Baranzate che ha scoperto, per caso, guardando i plastici di presentazione sull'EXPO a Milano, che sul suo Comune verrà costruito un grattacielo di 60 metri. Il Sindaco ha preso carta e penna ed ha scritto chiedendo di essere interpellato e non, certamente, per raccontare che l'EXPO 2015 è una grossa opportunità!
E il tema proposto per l'evento (Nutrire il Pianeta, energia per la vita) resta un titolo vuoto senza critica al modello agro-alimentare imposto dalla globalizzazione neoliberista, fatto di OGM, monocolture, sementi ibride, cibi massificati e plastificati; un modello che affama tre quarti del pianeta, inquina e distrugge la bio-diversità ed arricchisce solo le grandi imprese del settore. Nessun accenno al fallimento delle politiche e delle campagne alimentari degli organismi internazionali: anzi, molti di loro saranno presenti all'evento universale EXPO 2015 sotto l'ipocrita titolo "nutrire il pianeta, energia per la vita", pronti ad offrire altre opportunità, dopo tutte quelle che già "offrono tanto generosamente ogni giorno" sul globo terrestre.
L'EXPO non è quello che serve ad un territorio ammalato, sfruttato ed inquinato come quello di Milano e limitrofi. Non è quello che serve a milioni di donne e uomini che quotidianamente combattono la loro "lotta per sopravvivere" nella nostra regione ad un modello di sviluppo ambientale, urbanistico, economico e sociale sempre più invivibile, nella Milano dei grattacieli esclusivi e delle speculazioni edilizie, sempre più cara, sempre più grigia, egoista e socialmente morta.

Paolo FORNELLI
Segretario provinciale PdCI Pavia
Luca GUERRA
Capogruppo PdCI Provincia Milano
sabato, 19 gennaio 2008 - alle ore 19:24 *** link a questo documento *** commenti

Piero Bellani Unione Industriali: Sfida di Pavia Si vince con il dialogo

SABATO, 12 GENNAIO 2008

La situazione economica generale, osservata sui numeri, dello scorso 2007 ha comunque confermato la capacità delle nostre imprese di riuscire a tenere, seppur tra qualche difficoltà, un buon livello di competitività. Peraltro il rallentamento, nell’ultimo mese di dicembre, deve rappresentare un segnale da non sottovalutare per il prossimo futuro.

D’altronde le previsioni che sono state espresse anche dalle altre Associazioni Industriali della Lombardia sono improntate alla massima cautela.
Fermo restando l’export che mantiene terreno, per l’andamento della produzione, degli ordini e dei margini, si prevedono situazioni di lieve frenata. I vincoli, che si frappongono ad una normale crescita, sono i soliti, esterni alle aziende e da troppo tempo irrisolti.
Sono le carenze infrastrutturali, l’eccessiva pressione fiscale, le inefficienze della burocrazia, cui si aggiungono variabili del mercato quali il deprezzamento del dollaro, l’aumento del petrolio e delle materie prime, i costi dell’energia.
In questi giorni si è aperto il confronto con le Organizzazioni sindacali e con il Governo; sul tavolo vi sono anche alcuni rinnovi contrattuali, tra i primi quello dei metalmeccanici.
Mi pare che su questo fronte ci sia da parte di tutti la consapevolezza che il momento non consenta aumenti salariali incompatibili con la competitività del mercato e nello stesso tempo che il potere reale d’acquisto degli stipendi e delle retribuzioni vada salvaguardato.
In tal senso è indispensabile agire sia sulla leva fiscale che, come richiesto recentemente da Confindustria, operi sui due versanti del costo del lavoro che riguardano sia i datori di lavoro che i dipendenti, consapevoli che ci potranno essere aumenti salariali significativi solo a fronte di un recupero della produttività.
Ora abbiamo bisogno di maggiore flessibilità nell’organizzazione del lavoro e più in generale deve crescere, come è avvenuto negli scorsi anni in tutti i Paesi industrializzati, la produttività che da noi è molto più bassa rispetto ai maggiori concorrenti europei.
Desidero inoltre ricordare un argomento che mi sta molto a cuore, il problema della sicurezza sul lavoro.
Il grave episodio verificatosi a Torino deve considerarsi come qualcosa di inaccettabile per una società civile. Sono sicuro di interpretare il pensiero dei nostri imprenditori ribadendo che su tali problemi, che sono comunque connaturati all’attività della fabbrica, vi debba essere una tolleranza zero.
Sono convinto che alla sicurezza nei luoghi di lavoro, occorra dedicare un’attenzione serrata e continua, soprattutto sul piano della prevenzione consci che innovazioni e miglioramenti siano sempre possibili.
Si è parlato in questi giorni del tema della globalizzazione ed una fonte più che autorevole ha messo in guardia sui pericoli e sugli effetti negativi che si sono ripercossi sulle popolazioni più deboli.
Questo è vero. I Paesi più poveri, non avendo accesso alle moderne tecnologie, non hanno potuto godere delle opportunità del commercio internazionale, sono stati esclusi dai flussi economici mondiali e non hanno potuto trarre vantaggio dal vivere in una società aperta.
Il rischio dell’attuale assetto della globalizzazione è che una maggiore efficienza si realizzi diminuendo in qualche modo quella che è la soglia dell’etica.
A questo bisogna indubbiamente opporsi ma la povertà non è sicuramente cancellata bloccando la globalizzazione, ma governandola.
E’ indispensabile correggere le distorsioni, generando uno sviluppo armonico, cioè uno sviluppo che unisca da un lato la crescita economica e dall’altro la qualità della vita, la legalità, l’istruzione, la democrazia, la sanità, il rispetto dell’ambiente.
Penso anche che il punto di partenza sia la riscoperta della centralità dell’individuo e che le dinamiche più profonde dello sviluppo debbano comunque tenere conto del senso dell’etica. Ma l’etica globale che va auspicata è quella fondata sulle opportunità di sviluppo e non sulla negazione dello sviluppo globale. In sostanza, il futuro sta in una globalizzazione più equa dell’economia, sta in una società globale ed equa.
Dando poi uno sguardo alla nostra provincia, desidero esprimere forte soddisfazione nel constatare come recenti interventi pubblici di Enti ed Istituzioni abbiano avuto una base comune nel richiamo ad una coesione delle forze esistenti, al fine di massimizzare il patrimonio di competenze diffuse e trasmesse in ogni momento della vita sociale, al fine di realizzare una convergenza operativa, che operi per una valorizzazione del tessuto del territorio.
E’, a mio avviso, indispensabile avviare un dialogo con tutti gli altri soggetti, generando una nuova forma di confronto orizzontale con operatori di diversa natura (Università, Istituti di ricerca e cura, Poli sanitari, Industrie, Servizi, mondo del credito, Fondazioni, eccetera).
Il territorio deve puntare a realizzare un ampio ed organico progetto di collaborazione e cooperazione che abbia come strategia l’individuazione di condivisioni operative, mutuate dalle reciproche competenze ed esperienze.
E’ necessario istituzionalizzare una coesione che generi innovazione strutturale che costituisca e definisca una cultura della sperimentazione, dell’esplorazione, del confronto delle esperienze, dell’investimento a tutto campo.
Sono sicuro che il mondo dell’imprenditoria, unitamente agli altri partner, è pronto ad affrontare la sfida.
*presidente dell’Unione Industriali della provincia di Pavia

La proposta di Zucchi, deputato pavese: Pavia, c’è Milano con l’Expo

MARTEDI', 15 GENNAIO 2008

Da alcune settimane, leggo con attenzione il dibattito sul futuro di Pavia e del suo territorio che la Provincia Pavese - e dobbiamo darle merito - sta ospitando. Vedo molte intelligenze che producono idee, vedo lanciare proposte e vedo anche costruire scenari interessanti. Da parte mia, vorrei provare a porre alcune questioni, che spero possano essere utili per mantenere il dibattito su binari realistici e pratici, con uno sguardo ad un futuro nemmeno troppo lontano.
A mio parere non possiamo infatti immaginare il ruolo della nostra città e del nostro territorio senza guardare ad alcuni appuntamenti fondamentali del futuro della nostra regione a partire dalla sfida dell’Expo 2015. Fra l’altro il comitato scientifico per l’Expo è presieduto da un illustre pavese, al quale vanno i nostri migliori auguri per il suo lavoro.
Se Milano, come pare, ha buone possibilità di vincere la corsa per ospitare questa manifestazione mondiale, è lecito chiedersi se vi potranno essere ricadute positive anche sul nostro territorio.
La nostra vicinanza alla metropoli ci pone quindi di fronte alla necessità di affrontare il rapporto irrisolto con Milano. Dagli interventi di chi mi ha preceduto traspare infatti, e non è una novità, una rapporto conflittuale con la metropoli. E’ una polemica vecchia, quasi abusata, che vede i pavesi impegnati in uno sforzo costante per evitare di finire nell’orbita della metropoli nella quale, inevitabilmente, per storia, economia e geografia, Pavia si trova.
Essere a due passi da Milano però non deve essere visto solo come un rischio, ma come una grande opportunità. Pavia non è e non sarà mai una città dormitorio, una periferia abbandonata. E’ una città con una storia e un’identità forti, un orgoglio secolare che affonda le sue radici in un territorio agricolo ricco paesaggisticamente e naturalisticamente.
Questa risorsa, che vede nell’Oltrepo e nella Lomellina due presidi fondamentali, trova nell’agricoltura un motore economico, oltre che uno strumento di tutela ambientale. Lo sviluppo di queste aree dovrà partire dunque dalle loro vocazioni prioritarie, rispettandole: l’idea di creare un «distretto del vino» è, per esempio, un buon segnale in questa direzione.
Ma ciò non toglie che un’altra parte del nostro territorio, che economicamente deve guardare al terziario e ai servizi, non può che avere Milano come punto di riferimento.
Per cui il nostro immaginario deve liberarsi da una visione bucolica e protettiva del «borgo natio» e si deve rilanciare sulla via dello sviluppo. L’Expo è una grande occasione su questa strada e sicuramente potrà essere una fonte di sviluppo da esplorare, che darà risultati nella misura in cui sapremo entrare in contatto con essa. Ma la nostra partecipazione dovrà essere attiva, vivace e pronta a contribuire in termini di idee e di proposte.
Un altro punto di forza che nell’immediato futuro segnerà inevitabili mutamenti del nostro scenario è il completamento entro il 2009 dell’Alta Velocità: possiamo dunque immaginare che i collegamenti tra Pavia e Milano miglioreranno, fino alla frequenza di una vera e propria metropolitana leggera.
Queste sono solo alcune novità alle quali dovremo dare risposte che ci tengano al passo con i tempi. Perché solo con una visione aperta, capace di affrontare la sfida, il nostro territorio saprà conservare quanto c’è di buono senza per contro rimanerne schiavo.

on. Angelo Zucchi deputato del Pd, Pavia

Legambiente: Al centro Università e Polo sanitario

DOMENICA, 13 GENNAIO 2008

Intendiamo dare come Legambiente il nostro contributo di idee all’importante e ricco dibattito aperto dalla Provincia Pavese sul futuro della città di Pavia senza dimenticare l’invito di Giorgio Boatti ad «avere i piedi per terra».
Peccato che le Istituzioni che, a differenza di un giornale, possono anche governare e decidere, lo facciano senza sentire il bisogno continuo di stimolare la partecipazione dei cittadini e decidano sempre «nelle segrete stanze». Per noi di Legambiente una ragione fondamentale del «declino» della coesione sociale e del nostro territorio è proprio questo distacco tra amministratori e amministrati.
Quale sviluppo per Pavia? Legambiente crede che l’unica strada da percorrere sia quella della sostenibilità ponendo al centro le bellezze naturali, quelle storico-architettoniche, la vocazione agro-ambientale del territorio circostante e le sue eccellenze, l’Università e il Polo sanitario.


Mai satellite di Milano

Sono questi gli unici aspetti che hanno permesso a Pavia di essere conosciuta a livello internazionale.
Il rischio che, con tutte le nostre forze, vogliamo evitare, è quello di lasciarci ridurre a città satellite di Milano, a territorio «vuoto, ad uso e consumo» dell’area metropolitana milanese. Il nuovo Pgt (Piano di Governo del Territorio) che speriamo veramente l’Amministrazione comunale voglia partecipato con i cittadini, può essere l’ultima occasione per aspirare ad avere qualche cosa di più di quello che non trova posto a Milano, guarda caso il più delle volte inquinante o inutile al territorio (industrie insalubri e si parla addirittura di un nuovo inceneritore Asm Pavia anche se non serve assolutamente perché abbiamo già impianti più che sufficienti) o congestionante per il traffico (centri commerciali e logistica senza pianificazione).
Per Legambiente il progetto per il futuro sostenibile di Pavia è quello di puntare a valorizzare ulteriormente l’Università e il Polo sanitario sviluppando centri di ricerca e innovazione nelle filiere tecnologicamente più avanzate e a valorizzare la vocazione agro-ambientale del territorio provinciale puntando su turismo e prodotti tipici. Al tempo stesso le aree dimesse della città potrebbero avere indici di cubatura contenuti, con un costruito, a differenza di oggi, «bello e innovativo» che si avvale della bioarchitettura, attento al risparmio energetico e a quello idrico, con nuovi grandi spazio a servizi e a verde e con efficienti sistemi di parcheggio e di interscambio con il trasporto pubblico.
E proprio su traffico e mobilità, sull’emergenza aria, sul fatto che ormai da anni respiriamo per almeno 150 giorni all’anno aria inquinata o da Pm10 o da ozono o da altro ancora, si gioca la partita decisiva dove l’innovazione è la sola risposta vincente. Perché il preciso e lungimirante intervento del prof. Alberto Majocchi sulle misure antitraffico per la città, non ha spinto gli amministratori ad assumersi le proprie responsabilità e soprattutto ad assumersi impegni precisi e concreti? E’ proprio necessario arrivare al «punto critico di non ritorno» per avere uno straccio di intervento di buon senso contro l’abuso dell’auto?
A livello internazionale ci sono già i segnali che indicano cosa può succedere se non si interviene in quanto nello spazio limitato delle città non può esserci sviluppo illimitato di auto; con grande ritardo e con difficoltà tutta italiana fatta di sterili polemiche, anche Milano, grazie a una sindaca e a un assessore coraggiosi, si adegua a Londra, Stoccolma, Berlino e a tutta Europa e parte con l’Ecopass e addirittura in Giappone non si può più acquistare un’ auto se non si dimostra di avere lo spazio per il posto.


Modello senza regole

Da noi la situazione è grave ma non così drammatica: è così difficile abbandonare per sempre il modello di urbanistica senza regole che ha fatto della ex-statale 35 a Tre Re un caso drammatico? E’ così difficile mettere in tutte le strade delle città ovunque sia possibile due cordoli per le corsie preferenziali per il trasporto pubblico e per le biciclette affinchè chi si sposta a piedi, in bici o con il mezzo pubblico e non inquina, vada più veloce e arrivi prima di chi rimane in fila? E per chi proprio deve usare l’auto, è così insopportabile dover pagare la sosta ovunque tenendo conto che anche lo spazio di posteggio non è di sua proprietà ma è un bene di tutti e se vuole circolare paga un Ecopass così come fa anche il Re a Stoccolma?
L’importante è che ci sia un patto preciso tra cittadini ed Amministratori e che tutti i soldi per sosta ed Ecopass vengano investiti per parcheggi di interscambio, autobus, piste ciclabili, corsie preferenziali metropolitane e ferrovie per avere città con meno traffico e più vivibili specie per bambini e anziani.
Infine una proposta che potrebbe ancora di più fare della città di Pavia una attrazione unica; perché finalmente non si realizza il Parco Visconteo? Una proposta con indubbi aspetti positivi: salvaguarderebbe un territorio unico dall’invasione del cemento in primo luogo da un Centro commerciale senza senso e offrirebbe a migliaia di turisti che oggi si fermano solo alla Certosa per poche ore un percorso fino a Pavia fatto di natura, cultura, storia e prodotti tipici del territorio.
Ambiente, Innovazione, ma anche Solidarietà; il nostro ambientalismo è difesa dell’ambiente, convinzione che possa essere occasione di sviluppo anche economico ma soprattutto vuole «far vivere bene e meglio» le persone; in tempi come gli attuali l’accoglienza, il senso di comunità, l’identità locale e la solidarietà sono valori intimamente legati al nostro impegno di difesa ambientale.
Giovanna Vanelli e Gianluigi Vecchi Legambiente, Pavia circolo «Il Barcè»

Un cittadino di Casteggio: Politica e decisioni - Ci vuole partecipazione

MERCOLEDÌ, 09 GENNAIO 2008

Ha ragione Giorgio Boatti. Occorrono segnali fattivi, esempi concreti per dimostrare che «qualcosa è in corso di cambiamento» in questa nostra provincia. Al pressante e civico invito a «badare al sodo» e a restare «con i piedi per terra», io aggiungerei l’altrettanto pressante e civica richiesta di «partecipazione».
Una parola così importante e decisiva non trova, a tutt’oggi, una concreta rappresentanza nelle pubbliche amministrazioni del nostro territorio. Non mi risulta infatti che nei tre Comuni principali e nell’Amministrazione provinciale esista una delega, un assessorato alla partecipazione. Alla partecipazione intesa come fondamento della democrazia rappresentativa. Alla partecipazione che, come dimostrano diverse esperienze consolidate, si articola in bilanci partecipativi, forum telamatici deliberativi, progettazione partecipata, rendicontazione sociale.
In una parola in politiche che si propongono di promuovere e attivare la partecipazione attiva dei cittadini alle scelte e soprattutto ai processi decisionali della comunità locale. Alle scelte ma anche al futuro di una comunità, perché è solo attraverso l’assunzione e la diffusione di pratiche di democrazia partecipativa che un ente territoriale può progettare e coinvolgere non solo razionalmente i propri cittadini.
Gli esempi di partecipazione presenti in questa nostra provincia, penso ad Agenda 21, alla e-democracy e ai relativi siti attivati dai Comuni di Pavia e Vigevano, sono segnali purtroppo disorganici che rischiano di diventare «riserve indiane». La partecipazione o informa e indirizza tutta l’attività amministrativa di un ente o non è. O diventa una precisa modalità e prassi di governo o non è.
Giovedì 17 gennaio a Modena, Comune all’avanguardia nei processi partecipativi, si svolge il seminario «Processi decisionali pubblici e governance nelle scelte di sviluppo del territorio», mentre a Scandiano il 14 dicembre scorso si è tenuto l’incontro «Esperienze di democrazia partecipativa in Emilia Romagna». Già, ma chi potrà o avrebbe potuto parteciparvi, visto che non esistono uffici ed assessori alla partecipazione?
Mario Cantella Casteggio

Giorgio Boatti: Con i piedi per terra

DOMENICA, 06 GENNAIO 2008

GIORGIO BOATTI

Davanti al ricco dibattito aperto dalla “Provincia Pavese” sulle prospettive di questa città, sugli scenari di questo territorio, c’è qualcuno che sente la necessità di estrarre, da una piena e disincantata visione del reale, l’elenco concreto delle cose da fare in questo 2008 che ci è venuto incontro su un bianco tappeto di neve? Forse una città, un territorio, non sono poi molto diversi dagli individui. Dunque, se si vuole giocare a dar voce ad una possibile lista di buoni propositi, tanto vale tenere i piedi per terra.

Disaccostarsi, il più possibile, dai mielosi componimenti, dalle crepuscolari nostalgie, dal colpo dato alternativamente al cerchio e alla botte. Meglio andare al sodo. E stendere, visto che si è in tempo di saldi (non solo nei negozi, ma anche nella competizione tra territori) la lista della spesa. Vale a dire l’elenco delle cose che a Pavia e alla sua provincia, non farebbero male: al contrario. Niente di trascendentale - si badi bene - né colpi di bacchetta magica. Solo segnali - seguono alcuni possibili esempi - per far capire che qualcuno si muove. Che qualcosa è in corso di cambiamento.
Primo esempio: è possibile, sin dalla prossima convocazione del consiglio comunale, che lo spazio antistante il Mezzabarba, dove vige il divieto di accesso e parcheggio, non si trasformi più in luogo di sosta delle auto dei consiglieri? E’ una piccola cosa, ma dimostra che anch’essi rispettano le regole deliberate per tutti i cittadini.
Secondo: lo stato dei trasporti pubblici, a cominciare da quelli ferroviari, che collegano Oltrepo, Lomellina e Pavese alla metropoli milanese va sempre peggio: è possibile qualche intervento corale, al di là degli schieramenti, di tutti i pubblici amministratori? Magari dopo che hanno testato personalmente, assieme ai pendolari, le delizie di uno “Stradella-Milano”?
Terzo: l’Amministrazione provinciale, oltre a condurre a compimento l’aggiornamento del proprio sito, cosa che non dovrebbe prendere tempo superiore a quello chiesto dall’edificazione del castello Visconteo, vi potrà inserirà i verbali e le delibere del proprio consiglio? Lo sta facendo, da qualche tempo, lodevolmente, il Comune di Pavia: una volta tanto non lo si potrebbe imitare?
Quarto: il Policlinico, oltre a essere retto da manager, calati dal manuale Cencelli sulle nostre teste, è affidato al lavoro di medici e personale sanitario. Sono loro che fronteggiano ogni giorno una sfida ancora più difficile della la doppia partita: i malati. E’ troppo chiedere che, a cominciare dal Pronto Soccorso, li si metta in condizione di lavorare al meglio?
Quinto: Policlinico ancora. La pulizia dei reparti, affidata al gioco dei ribassi e dei subappalti, ha dato segni, in alcuni settori, di cominciare a tracimare nella trascuratezza. Si può fermare, subito, questo decadimento?
Sesto: siamo città di pianura e biciclette ma nessuno, tra i nostri centri maggiori, ha piste ciclabili vere, capaci di consentire l’attraversamento - non a segmenti continuamente interrotti - del territorio urbano, da un capo all’altro. A quando - tra Pavia, Vigevano, Voghera - la prima “pista ciclabile non interrotta” della provincia?
Settimo: Pavia, città universitaria, non dispone di una piscina coperta decente, paragonabile a quelle di Broni, di Bereguardo, di Corteolona. Non è tempo di provvedere, smettendo di buttare soldi nella Folperti?
Ottavo: il Broletto, nella parte ristrutturata a meridione, è stato inaugurato, in tre anni, due volte. Quando lo si aprirà davvero alla città?
Nono: è cambiato secolo e millennio ma la Biblioteca Bonetta, nell’interminabile attesa della nuova sede in Santa Clara, sta scoppiando. A quando il trasloco?
Ovviamente la “lista dei buoni propositi” potrebbe continuare. Ma, forse - a stenderla, ad ampliarla, a correggerla - dovrebbero essere i cittadini stessi, i lettori. Sempre rimanendo coi piedi per terra. E badando al sodo.

Eligio Gatti e Angelo Lepore: Pavia sia sempre città amica

DOMENICA, 06 GENNAIO 2008

Nel tentativo di fornire una risposta alla sollecitazione avviata dal professor Rugge, con un intervento sulla Provincia Pavese: quale visione possiamo avere di Pavia (e del suo territorio) in un prossimo futuro, si rischia di prendere un impegno difficile, forse impossibile.
Come si fa a definire o anche soltanto ombreggiare le caratteristiche future di una città, in tempi nei quali non soltanto le città, ma popoli e nazioni perdono e dimettono caratteri, particolarmente i più spiccati e distintivi, i più «caratteristici»?
Considerata la tendenza generale ad una omologazione di obiettivi, c’è da riconoscere la difficoltà, forse l’inanità, del proposito di cercare oggi, con tanta strada che ha fatto il mondo verso l’uguagliamento, caratteri urbani e civici distintivi. Diremo di più: sussiste, esiste oggi la città?
Si intende, la città non in significato di agglomerato edilizio, di centro abitato, determinato da motivi e opportunità strettamente pratiche; ma la città come creato di una cultura e civiltà proprie, e creatrice di una civiltà e cultura cittadine. Forse si dovrebbe ormai dire che una cultura in se stessa non può decorarsi di tal nome se non soprannazionale e internazionale.
Impegno impossibile dunque? Ma un pregio l’iniziativa del professor Rugge, a nostro parere, l’ha: siamo di fronte ad un intervento di un docente universitario che si preoccupa di definire il miglior futuro della città nell’interesse della città stessa, non dell’Università, come quasi sempre accade.
E’ un atteggiamento propositivo, che va apprezzato e che non ha numerosi precedenti (ci vengono in mente le molteplici e condivisibili battaglie per Pavia del professor Giulio Guderzo, e le altrettanto incisive prese di posizione del professor Franco Osculati, ma non riusciamo, forse per nostra disattenzione, ad allargare di molto il campo).
Per queste considerazioni, diciamo subito che non condividiamo l’opinione di chi, soprattutto nel mondo accademico, vede il futuro di Pavia come campus dell’Università, luogo di ricerca e di specializzazione, ma dipendente dall’ateneo. E’ una aspettativa interessata e debole. Se malauguratamente si realizzasse, rappresenterebbe un errore grave, antistorico che segnerebbe veramente il declino della città. Pavia è una gloriosa e bella città antica, sede di una altrettanto gloriosa e antica Università. Una città universitaria, non un campus, e in questa sua storica qualificazione deve trovare gli stimoli e le opportunità per cercare di sviluppare un suo specifico futuro (se di specificità si può ancora parlare).
Pavia, negli anni a venire, avrà i problemi economici, di ambiente, di viabilità, di sicurezza, di lavoro, di socialità, proprie delle altre città medie del nostro Paese; se una sua caratteristica vorrà conservare ed esaltare è nel campo della cultura e della formazione, della qualità della vita; nell’offerta di un ambiente qualificato, nella generosità dell’accoglienza.
Pavia deve rendere sempre più belli e fruibili da tutti i suoi monumenti; deve preservare un ambiente cittadino gradevole e stimolante; deve offrire strutture e programmi culturali di prestigio; deve saper accogliere coloro che vengono a vivere da noi, ricchi o poveri che siano, con disponibilità, tolleranza, amicizia.
Se dovessimo racchiudere in una formula il pregio che ci sembra proprio della civiltà pavese, e che va preservato, diremmo che in questa città operosa, pronta a rispondere alle richieste, aperta e disposta a tutto fuor che all’inerzia e alle ritrosie negative, in questo emporio non soltanto commerciale, ma anche intellettuale, si è sempre affermata ed esercitata un’arte umana, civile e cittadina assai più difficile e più utile della banale arte di vivere e lasciar vivere.
Questa, così definita, è una disposizione pigra, scetticamente trasandata. La qualità cui facciamo riferimento è invece cosa più rara e più degna, più qualificata. E’ quella per cui uno può vivere libero e sciolto, e magari anche solo, ma senza sentirsi solo e abbandonato, né perciò inclinato a malinconia. E’ città dove ci si può vedere ogni giorno, senza che questo diventi un obbligo; dove si può stare dei mesi senza incontrarsi, per poi ritrovarsi come se ci si fosse lasciati il giorno prima, senza rimproveri, senza meraviglie. Per cui Pavia noi la sentiamo, la definiamo, città amica e tale vorremmo che rimanesse in futuro sempre.
Ci sono le condizioni oggi, nelle istituzioni, nelle persone che ci governano perchè questo possa continuare ad essere? La intrigante domanda del professor Rugge chiedeva solo quale futuro volessimo. Ad essa, e non ad altro, vorremmo per ora rispondere.

Piera Capitelli Sindaco di Pavia: Eppure Pavia è una città ricchissima

MERCOLEDÌ, 02 GENNAIO 2008

Sul valore convenzionale del tempo non dovrebbero esserci tanti dubbi, tuttavia una certa, consolidata ritualità vuole che al 31 dicembre di ogni anno si facciano bilanci morali e si indichino prospettive, progetti, desideri, sogni, come se con l’anno nuovo scattasse qualcosa... Se i sogni si realizzassero all’improvviso, per esempio, ecco cosa vorrei trovare spesso.

Vorrei trovare la città incantata e silenziosa descritta da Cesare Angelini; però vorrei anche incontrare gente per le strade, giovani allegri ma non schiamazzanti, gente comune di ogni etnia e provenienza, gruppi di turisti estasiati dalle bellezze di Pavia e, perché no, anche quei senza fissa dimora per scelta che parcheggiano stabilmente in viale Matteotti: vorrei che vivessero all’aperto come sempre e come desiderano, depositando però diligentemente cartacce e rifiuti in nuovi moderni cestini finalmente posizionati da Asm.
E poi... vorrei trovare feste, luoghi di incontro e di cultura in ogni angolo, poter attendere pochi minuti e salire su autobus tutti ecologici diretti verso vivaci e moderne periferie, incontrare macchine di moderna generazione che puliscono velocemente e alla perfezione anche i viottoli e i muri della città, imbattermi in più numerose squadre di vigili urbani ed essere costantemente rassicurata dalla circolazione di molte più gazzelle della Polizia...
Vorrei insomma una città romantica, solidale, dialogante, vivace ma anche efficiente, più ricca, moderna, sicura.
Ma c’è proprio bisogno di sognarlo questo scenario? Un pizzichino di tutta questa perfezione non esiste già, almeno nel tentativo di rendere Pavia la città del «buon vivere»? Dipende dai punti di vista, certo.
Il mio è sempre quello più critico, troppo critico, in linea con lo spirito cittadino, ma mi serve per non adagiarmi sui risultati raggiunti in alcuni settori, mentre altri attendono scelte, decisioni, risorse.
Ma i problemi dei cittadini di Pavia non sono solo riferibili a una città più moderna ed efficiente ma uguale a se stessa: abbiamo bisogno di crescita, per la nostra economia e quella del territorio circostante. E questo sarà possibile solo se si intensificherà la collaborazione già avviata tra enti territoriali e istituzioni diverse: Comune, Provincia, Università, Iuss, Policlinico, Fondazioni, Camera di Commercio, Associazioni di categoria...
Il clima è positivo e sulle istituzioni non incideranno le sterili polemiche che spesso accompagnano la dinamica politica tra maggioranze e opposizioni. Viviamo in un periodo in cui le polemiche fini a se stesse hanno più audience dei risultati, lo vediamo aprendo i quotidiani nazionali o accendendo la televisione, ma sono convinta che quando la polvere si deposita, alla fine restano in piedi le cose fatte, il frutto di un lavoro svolto senza clamore.
Ho scoperto in questi anni da sindaco che Pavia è una città ricchissima, non solo di storia o di tesori artistici, ma di persone che hanno il senso del vivere insieme, lo spirito di condivisione, la volontà di fare e di aiutare.
L’augurio che faccio alla città, ma anche a me stessa è di seguire il loro esempio e non scordarmi mai che il vero fine di quello che facciamo deve sempre essere più grande di noi stessi e rivolto alla comunità a cui apparteniamo.
PIERA CAPITELLI sindaco di Pavia

Coordinamento dei Comitati contro la Broni Mortara: Un bene da preservare, il «suolo in prestito»

GIOVEDÌ, 27 DICEMBRE 2007

Gentile direttore,
leggiamo con interesse la lettera del presidente provinciale Vittorio Poma alla Provincia Pavese del 21 dicembre sul futuro di Pavia e della nostra provincia, e apprezziamo il fatto che Poma stia cercando una dialettica con i cittadini. Diciamo perciò la nostra, viaggiando un po’ tra fantasia e realtà, tra le speranze per il domani e i continui bruschi risvegli dell’oggi, causati dal timore che stiamo percorrendo la strada sbagliata.
Se dobbiamo pensare a Pavia fra 100 anni, ci immaginiamo una città in armonia con madre natura e con l’ambiente. Popolata da persone che consumano le risorse (solo quelle rinnovabili) in modo ragionevole, in un contesto globale che ha trovato alternative al petrolio ma che soprattutto ha imparato a limitare le richieste energetiche e la produzione di rifiuti, eliminando alla radice gli scontri sulle discariche e gli inceneritori. Una città che ha gli stessi identici confini di oggi, che non ha utilizzato un solo metro quadrato in più di terreno libero, che ha azzerato il consumo di suolo. Di più, una città e ua provincia che hanno invertito la rotta, riqualificando a terreno agricolo o a parco le molte aree urbanizzate e non utilizzate, le future aree dismesse, le aree artigianali e industriali che avranno chiuso il loro ciclo. Per fare un esempio, tra i tanti possibili nella nostra provincia, l’area occupata dalla Dolma di Belgioioso, ormai ridotta a piccola sede commerciale, potrebbe tornare a madre natura: dopo che ci siamo «presi in prestito» quel pezzo di suolo.
Ci immaginiamo una città e una provincia dove un concetto come questo, del «suolo in prestito», non provochi quella traccia di dubbio che ci figuriamo sulle facce di chi legge, perché sarà un concetto ormai conquistato, anzi ri-conquistato, dopo qualche generazione di troppo spensierata e non armoniosa crescita. Una città e una provincia nelle quali i piccoli e grandi costruttori e operatori dell’edilizia, il cui profitto viene oggi prodotto a discapito di una risorsa di tutti non rigenerabile (il suolo appunto) potranno, attraverso la riqualificazione dell’immenso patrimonio edilizio esistente, continuare le proprie attività e prosperare.
Ci immaginiamo una città che, con gli altri principali centri urbani della provincia, torni accogliente nel senso più profondo del termine, che non costringa alla fuga i propri abitanti verso paesi che quintuplicano in 15-20 anni i propri abitanti secondo una dinamica urbanistica incontrollata. E una provincia dove l’eventuale decisione di un sindaco di urbanizzare un’area al solo scopo di far quadrare il bilancio delle spese correnti possa essere considerata, al massimo, una battuta.
Ci immaginiamo istituzioni che anticipano e guidano i processi, invece che farsene travolgere. Che si dedicano ai problemi prima che diventino cronici: perché, per esempio, l’attuale Provincia ha atteso 10 anni prima di mettere mano al piano del traffico provinciale (Ptve), e perchè, giunti a questo punto, anziché affrettarsi ad approvare un’autostrada, non ha aspettato pochi mesiin modo che il piano fosse definito e condiviso? Vorremmo istituzioni i cui rappresentanti abbiano ben presente il principio per cui, se sono dove sono, è per un patto con i cittadini e che questo va confermato e verificato continuamente. Istituzioni che non flirtino con i comitati di affari, più o meno espliciti, per non perdere di vista i loro veri obbiettivi.
Saranno così Pavia e la sua provincia fra cento anni? Speriamo. Di certo si può cominciare già domani a dar corpo a questa speranza; bastano pochi anni per raggiungere buona parte dei risultati. In molti settori le «buone pratiche» e un po’ di organizzazione possono risolvere problemi cronicizzati. A chi vorrà interpellarci proveremo a raccontare alcune delle soluzioni possibili e il modo per arrivarci.

Coordinamento Comitati e Associazioni contro la Broni-Pavia-Mortara

Vittorio Poma, Presidente della Provincia di Pavia: Pavia si deve costruire il suo futuro

VENERDI', 21 DICEMBRE 2007


Molto si dice, molto meno si fa. E’ questa un po’ la storia breve di Pavia e del suo territorio. Non che manchino le idee. Anzi. E neppure le intelligenze e le volontà. Eppure restiamo fermi o, almeno, non ci sappiamo muovere alla stessa velocità di altri territori simili al nostro. Da anni ci interroghiamo sui perché. E le risposte sono numerose e diverse, quanto le sfide che ogni volta ci riproponiamo di affrontare. Sempre come se fosse l’ultima.

Che tale però rimane, fino alla successiva, senza che nel frattempo sia accaduto granché. E può anche essere che, in fondo, ci stia bene così. Che sia preferibile il tranquillo benessere, su cui siamo adagiati, al rischio della sfida, che oltre tutto potremmo perdere.
Ma, se anche fosse, fino a quando ce lo possiamo permettere? A guardar bene, temo non per molto. Mi piace la provocazione dell’amico professor Rugge quando dice che «il futuro di Pavia non è il futuro di Pavia», ma lui per primo sa che Pavia ci deve mettere del suo, perché nel mondo della competizione globale nessuno ti regala niente. E, se non dipende solo da te quello che sarà, dipende molto da te quello che non sarà. Lo sappiamo, ce lo diciamo, ma non ci ascoltiamo. La verità è che ognuno sembra ascoltare solo se stesso.
Come Provincia, ci siamo impegnati a scrivere quelli che, in modo un po’ altisonante, abbiamo chiamato gli «assi strategici dello sviluppo». Ne è uscito un documento - lo dico senza falsa modestia - ben fatto, con una competente analisi dello stato di salute del nostro territorio, dei rischi e delle opportunità, delle prospettive che si aprono, delle occasioni da cogliere. C’è dentro tutto quello che, tanto il professor Rugge che il presidente Bassetti che il rettore Angiolino Stella hanno delineato, dalle potenzialità di assoluta eccellenza, nel campo di ricerca e innovazione, di conoscenza e formazione, fino alla fruibilità a fini turistici di un patrimonio ambientale ed artistico di pregio.
Bene, non ho avuto l’impressione, a giudicare dai riscontri, che sia stato granché letto. E sono certo che tra un po’ ci sarà qualcun altro che dirà, con ferma convinzione della propria originalità, più o meno le stesse cose. E mentre scrivo queste righe, già mi chiedo in quanti le leggeranno davvero, un po’ grigie come sono. E quanti di quelli che le leggeranno lo faranno con spirito positivo, per trovare punti d’incontro e non invece per cercare qualcosa su cui non essere d’accordo e poter dire che «il vero problema è un altro». Mentre i problemi quelli sono e quelli restano.
Da presidente della Provincia ho il dovere di dire chiaro ai miei concittadini che, così come siamo messi, nessun Ente locale può farcela da solo, non dico a rilanciare lo sviluppo, ma neppure a far fronte ai propri compiti diretti. Ci è di fatto vietato fare investimenti, ma, se anche ci fosse permesso, le risorse non sarebbero mai all’altezza dei bisogni. Neanche con la massima efficienza possibile, che pure non abbiamo. L’efficienza della pubblica amministrazione è una questione molto seria, troppo seria per essere ridotta ad alibi di comodo. Come dire: trovato il colpevole, risolto il problema.
Ed è miopia politica il gioco di rimpallo tra le forze politiche, a seconda se in maggioranza o all’opposizione. Perché in realtà il cittadino chiede, anzi pretende, che non ci siano più buche nelle strade e non vuole sentire scuse. Mentre noi sappiamo che non ci è possibile, perché non ci sono soldi sufficienti. E in questo non conta chi governa. Ecco perché abbiamo deciso di cambiare passo. Di recuperare risorse, che pure ancora abbiamo, e di investirle per generarne altre. In persone e progetti, più ancora che in cose.
Ecco perché, da gennaio, daremo avvio ad una nuova stagione politica, fatta di confronti continui con i cosiddetti «attori locali», siano essi enti, associazioni, imprese o semplici cittadini. Faremo tanti tavoli quanti servono, per ricercare reciproche convenienze, creare alleanze, fare sistema. Per farci ascoltare, ascoltando gli altri. Giocando la scommessa che sul territorio pavese ci siano energie pronte a mettersi in moto, purché se ne crei l’occasione. Che Pavia può davvero essere attrattiva per persone e imprese di eccellenza. Perché il futuro di Pavia sia anche di Pavia.
VITTORIO POMA, presidente della Provincia di Pavia

Fabio Rugge preside facoltà Scienze Politiche: Pavia futura Una sfida da studiare

Quale futuro per Pavia? Dopo un incontro-confronto promosso dalla Fondazione Romagnosi dell’Università di Pavia, diamo il via a un dibattito sulle pagine della Provincia Pavese. Il primo intervento è firmato dal preside di Scienze politiche Fabio Rugge.


Pavia ed il suo territorio, come altre contrade d’Italia, sono cambiati e vanno cambiando sotto i nostri occhi. Si tratta di cambiamenti che investono, a tacer d’altro, la popolazione e i servizi, l’economia e l’ambiente. Come indirizzare questi mutamenti verso un esito virtuoso? E’ chiaro infatti che ciascuno di quei cambiamenti - e le decine di processi di cui si compongono - sono già seguiti e presidiati da istituzioni pubbliche e private. Ed è chiaro che ognuna di esse produce iniziative e progetti spesso plausibili, efficaci, ispirati, solidi.
Ma il punto è un altro. Qual è il grado di congruenza tra queste iniziative? Qual è l’orizzonte temporale di quei progetti? Esiste una visione condivisa di Pavia e del suo territorio tra venti o trenta anni che possa dar senso e coerenza a questi progetti e stimolarne altri, introdurre correttivi, proporre nuove agende? Una risposta positiva a questa domanda non mi sembra scontata. Credo anzi che essa presupponga un lavoro ancora in gran parte da svolgere e vorrei in questo senso avanzare due suggerimenti.
Enuncerò il primo facendo il verso a certi paradossali precetti taoisti: «Il futuro di Pavia non è il futuro di Pavia». In effetti, questa città e questa provincia sono inserite in un ‘sistema regionale’ anch’esso in trasformazione: infrastrutturale, produttiva, insediativa, culturale.

Queste modificazioni, a loro volta, implicano una ridefinizione delle relazioni funzionali tra le città componenti il ‘sistema’, in una partita che è insieme cooperativa e competitiva. Ecco perché il futuro di Pavia non può né pensarsi né costruirsi all’interno delle sue mura. E la riflessione su di esso deve riguardare le risorse, i talenti, le vocazioni che città e territorio - differenziato, quale storicamente si presenta - possono mettere a disposizione nella partita di cui ho detto.
Cruciale a questo proposito è il rapporto con Milano. E’ un tema antico, che oggi andrebbe ripreso con un’avvertenza. Milano non è più concepibile, da Pavia, come il “capoluogo” e/o il termine di una dialettica a due. Milano è per Pavia di meno e di più: è il nodo più prossimo di una rete di relazioni a raggio almeno continentale.
Il secondo suggerimento riguarda il metodo di una possibile riflessione sul futuro di Pavia. Viviamo un’epoca in cui i poteri pubblici sono diffusi e sempre meno gerarchizzati. E’ impensabile che una singola istituzione di governo si presenti come leader di una dinamica progettuale quale la immaginiamo ora. Né d’altra parte è plausibile che da questa dinamica vengano esclusi i soggetti privati disposti a mettersi in gioco con entusiasmo e operosità. La forma del ragionamento di cui si ha bisogno è dunque insieme plurale ed aperta.
Non solo. Quel ragionamento non può che essere informato e strutturato dalla ricerca. Esso deve essere validato dagli indicatori dei processi in corso - a volte evidenti, a volte criptici. Esso va accompagnato dalla consapevolezza che questioni simili si sono affrontate in altre esperienze. E che queste offrono oramai un corpus di insegnamenti preziosi. La riflessione sul futuro di Pavia e del suo territorio richiede quindi anche uno straordinario sforzo diagnostico e prognostico, assistito da esperti. Le Fondazioni Romagnosi e Globus et Locus, volendo fornire l’innesco di questo lavoro, hanno pensato infatti ad una riflessione corale ed ‘esperta’.
Si sono verificati, rispetto a questa ipotesi, l’interesse e la disponibilità di personalità e istituzioni importanti. Mi auguro che altri si lasceranno tentare da questo esercizio. La sfida è far emergere un’immagine condivisa di quelli che saranno il volto e il passo di Pavia e del suo territorio tra venti o trenta anni. La sintesi originata da un confronto simile avrebbe quel carattere ricco, condiviso e impegnativo che la renderebbe suscettibile di tradursi in azioni efficaci, animate da una forte concordia e da un senso preciso della tempestività. Poiché da quest’ultima dipendono spesso il declino, la stasi o lo sviluppo di un territorio.


*preside della facolta di Scienze politiche all’Università di Pavia